Asperger e mondo del lavoro oggi

Gli studi internazionali dimostrano che tra il 76 e il 90 per cento degli adulti con autismo nel mondo sono attualmente disoccupati. Il punto è che il diritto al lavoro, per quanti sono affetti da disturbi dello spettro autistico, resta quanto mai un miraggio. La Federazione internazionale Autismo Europa ne ha fatto il motto della campagna 2014: «Autismo e lavoro, insieme si può». In Italia – spiega Davide Moscone, psicologo e presidente dell’Associazione Spazio Asperger di Roma – manca un’adeguata conoscenza scientifica sulla sindrome di Asperger da parte delle stesse professioni sanitarie: psicologi, neuropsichiatri infantili e psichiatri in primis».

Questa mancanza di conoscenza si riscontra purtroppo anche nel tessuto sociale. «Le persone Asperger – continua Moscone -, pur avendo spesso altissime potenzialità intellettive, se non veri e propri talenti in alcuni specifici campi, non vengono riconosciute e rispettate nelle loro particolarità sensoriali, comportamentali, cognitive ed emotive e sono perciò emarginate, derise. E le famiglie vivono drammi immensi». Insomma, come spiega Laura Imbimbo, presidente del Gruppo Asperger Onlus: «Premesso che la diagnosi di sindrome di Asperger non è semplice e spesso arriva in ritardo, siccome sei “intelligente”, non sei un “ritardato”, hai un livello cognitivo buono, parli, cammini, ti vesti, si ha difficoltà a riconoscerti lo status di disabile, se lo richiedi ovviamente». La condizione degli “Aspie”, come vengono chiamati, rende loro quasi impossibile accedere alle liste del collocamento previste dalla Legge 68/99, che impone ai datori di lavoro pubblici e privati l’obbligo di assumere portatori di handicap secondo modalità legate alle dimensioni dell’impresa.

«Gli Asperger escono dai parametri della legge – aggiunge Lucio Moderato, psicologo direttore dei Servizi diurni territoriali della Fondazione Sacra Famiglia e direttore scientifico della Fondazione Oltre il Labirinto -, ma non possono accedere ai posti di lavoro normali perché per loro è molto difficile la socializzazione, non riescono cioè ad interagire con i colleghi di lavoro. Proprio per questo avrebbero bisogno di grande aiuto da parte della collettività, anche perché sono persone che entrano facilmente in depressione. Se non fai gli interventi giusti, poi scivolano nelle terapie farmacologiche, che sono molto costose». In realtà , gli “Aspie” possono avere abilità uniche, utilizzabili per produrre lavoro di elevata qualità, che li rende una risorsa preziosa per i loro datori. Inoltre, formazione e occupazione possono consentire loro di assumere ruoli più attivi nella comunità, piuttosto che dipendere dal sostegno della famiglia e della società. «Il fine ultimo dell’educazione permanente necessaria per una persona con autismo – sottolinea Giovanni Marino, presidente della Federazione delle associazioni che si occupano di autismo e Asperger – è l’inserimento lavorativo libero, protetto, assistito secondo le sue potenzialità, l’unico a consentirgli una vita dignitosa per quanto possibile».

Il fatto è che non esistono un monitoraggio e un controllo effettivi sull’attuazione della Legge 68. «Intanto, nemmeno il pubblico impiego rispetta le quote e in ogni caso è difficile che si scelga una persona con disabilità intellettiva – dice Marino -. Basta assumere una persona che abbia un certificato di invalidità. Di solito si sceglie il disabile meno “invadente” e più produttivo. Ma é un concetto sbagliato, che va rivisto». Qualcosa però sta cambiando. Le aziende innovative iniziano a utilizzare i punti di forza delle persone con autismo. In Danimarca, ad esempio, “Specialisterne”, azienda di Information Technology creata nel 2004 dal padre di un giovane autistico, impiega le persone con autismo per i test dei software, la programmazione e i data-entry per i clienti. In Italia, a Torino, L’Oréal ha avviato un progetto a lungo termine per favorire l’occupazione delle persone con autismo in ruoli come lavorare con i database e l’archiviazione, nonché l’imballaggio e il controllo di sicurezza e di qualità. «È sempre necessario un supporto anche sul posto di lavoro – puntualizza Laura Imbimbo -. Noi lo chiamiamo “job coach”: è una persona che insegna a capire quali sono le regole. Gli Asperger fanno fatica con le regole non scritte e d’altra parte il mondo si muove proprio con queste. Certo, anche questo tipo di sostegno bisogna pagarselo. Se si riesce a sensibilizzare l’ambiente di lavoro e la persona con autismo, il successo è garantito. Ma sono casi singoli».

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